Se il fine giustifica i mezzi, le lotte si degradano

Alcuni giorni sono passati da quell’articolo di cronaca sull’Huffington Post dal titolo “Degrado San Lorenzo, centri sociali si scoprono legge e ordine” e molte analisi e critiche sono state già espresse negli spazi di dibattito aperte dai microfoni della radio dai compagni e dalle compagne.
Questo perché quelle dichiarazioni rilasciate sull’Huffington, sia nell’impianto retorico di ricostruzione della realtà dei problemi che attraversano il quartiere di San Lorenzo, sia nel lasciarne intravedere soluzioni di ordine pubblico, non potevano essere lasciate a decantare nel mare magnum delle narrazioni mistificatorie. O anche, delle notti in cui tutte la vacche sono grigie. O della mano sinistra che non sa quello che fa la destra.

Anche noi, come gruppo di compagne femministe e lesbiche della sede del 22 di Via dei Volsci, sentiamo l’urgenza di condividere un po’ di ragionamenti, e anche un po’ della nostra storia.

La problematicità di San Lorenzo e di molti altri quartieri di Roma è profondamente legata all’intreccio di interessi economici da “mani sulla città” che sta ridisegnando in maniera sempre più accelerata ed aggressiva l’assetto urbano. Spartizione di porzioni di territorio e ogni tanto una guerra di ridefinizione degli equilibri che interessano su vari livelli il piano istituzionale. Questo avviene in una situazione probabilmente neanche più “riformabile” dall’interno di queste strutture di poteri. Inevitabile e funzionale il viraggio a destra, anche sul piano culturale.
Che tutto questo sia mistificato da una sistematica montatura mediatica, ce lo dimostra l’articolo dell’Huffington in cui si palesa l’intento politico di portare avanti una campagna demagogica, securitaria e xenofoba contro coloro che sono stati definiti ‘nordafricani’, molto probabilmente spacciatori, che hanno organizzato una spedizione al 32, armati di coltelli, sassi e spranghe”.

Se uno “spazio sociale autogestito” è arrivato oramai ad interpretare la soluzione di profonde contraddizioni richiamandosi all’ordine pubblico significa che il suo terreno di proposta politica è eroso da tempo. Di cosa si potrebbe dunque discutere?

Vero è che in via dei Volsci si verificano sempre più frequentemente episodi di violenza che fanno percepire a tante e tanti come pericoloso anche il solo passaggio in strada.
Vero è anche che, nella via, la sede femminista del 22 e le compagne che la attraversano, subiscono violenze e attacchi sempre più alla luce del sole e che si susseguono atti intimidatori di matrice patriarcale, lesbofobica e fascista contro un luogo che ha raccolto nel tempo le molteplici esperienze politiche di donne e lesbiche.
Ma questa repressione da anni è agita dall’interno di quei 50 metri di strada in un clima di omertà e di complicità diffuse. La narrazione mediatica di questi giorni è la conferma di tale scelta politica che mostra ormai chiaramente la sua matrice culturale razzista e fascista.

È inaccettabile infatti come non solo venga riproposto l’intreccio pericoloso tra violenza e sicurezza, ma sia demonizzato l’immigrato che, secondo l’intervistato, molesta sessualmente “le ragazze di sinistra” poiché non si è ancora liberato delle sue sovrastrutture maschiliste (in questo passaggio oltre al valore aggiunto dell’ipocrisia, tocchiamo altissimi livelli di grottesco).

Inoltre, rimarcare la questione culturale utilizzando degli stereotipi a fini mistificatori e razzisti ricaccia nell’ombra che la violenza contro le donne è un fenomeno storico politico complesso e diffuso. Anche in tal caso l’operazione è quella di descrivere come altro da sé colui che agisce le aggressioni maschiliste, mentre ci si auto incensa come uomo “per bene” solidale difensore della questione femminile. La logica che sancisce la divisione ipocrita tra uomini “perbene” e uomini “per male”, spesso immigrati rappresentati come violenti, maschilisti ‘altro da sé’, impedisce di interrogarsi consapevolmente su che cos’è e su come si manifesta la violenza contro le donne, sui modelli relazionali che questa società patriarcale propone e difende e sul perché questo sistema ancora viene interiorizzato da tutti e dunque normalizzato.

Su questo il 24 novembre 2007 abbiamo preso parola in maniera chiara insieme ad altre 150mila donne, femministe e lesbiche che scesero in piazza per manifestare contro la violenza maschile sulle donne, contro il pacchetto sicurezza, contro la retorica sulla famiglia: il corteo si apriva con lo striscione “La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini”.

In quella occasione abbiamo affermato che i luoghi principali in cui avviene la violenza contro le donne sono quelli delle relazioni con uomini conosciuti, che siano padri, figli, fratelli, amici o compagni. Sono quelli che convenzionalmente si trovano ai vertici dei valori, dei richiami della religione e della politica: la casa, la coppia, la famiglia.

Ancora più inaccettabile quindi se, attraverso il pretesto del degrado e dell’insicurezza utilizzati come collante ideologico, sedicenti compagni, passano sui nostri corpi e li strumentalizzano , invocando maggiori controlli sui territori da parte delle forze dell’ordine. Nel 2007 abbiamo fortemente contestato la giunta Veltroni, che strumentalizzando lo stupro di Giovanna Reggiani approvò una serie di norme che autorizzavano retate ed espulsioni.
Il rifiuto della strumentalizzazione dei nostri corpi per varare il pacchetto sicurezza è stato chiaro e forte, come è chiara e forte la denuncia della stessa strumentalizzazione oggi incarnata nelle disposizioni del cosiddetto “decreto contro il femminicidio”.

Come donne femministe e lesbiche conosciamo bene il legame che intercorre tra la militarizzazione dei territori e l’aumento dell’oppressione e delle violenze nei confronti delle donne.
Gli apparati militari, politico-giudiziari, con la scusa della sicurezza, sperimentano nei territori forme di controllo sociale particolarmente repressive, arrogandosi una “speciale” libertà di azione che equivale ad azioni violente, subite in primo luogo dalle donne. Tale violenza è sistematicamente celata dalla cultura del silenzio, di cui l’esperienza dello stupro da parte di militari dell’operazione “strade sicure” all’Aquila è un esempio lampante.

Nei tribunali, nelle questure, per strada e in famiglia, lo Stato e la legge si impegnano a cancellare la voce delle donne che nominano la violenza e reagiscono contro di essa. La legge non potrà mai corrispondere alle nostre esigenze perché ha come fine quello di difendere e perpetuare, in maniera sempre più meschina ed insidiosa, quella che noi chiamiamo “cultura dello stupro”, cioè l’arma con la quale viene esercitato il controllo su di noi.
Questa cultura assurda, che da una parte colpevolizza, ridicolizza ed isola le donne che svelano ed esplicitano i meccanismi di riproduzione della violenza, dall’altra giustifica chi la agisce riconfermandone il ruolo all’interno della società, è imbevuta della violenza maschile e non ha passaporto né confini.

E’ per scardinare tutto questo che ci avranno solo e sempre guerrigliere, in continua lotta contro tutte le forme di oppressione, contro tutte le strategie per ridurci al silenzio.

E’ per scardinare tutto questo che come donne, femministe e lesbiche scegliamo il separatismo come momento di riconoscimento e forma di lotta autonoma per l’autodeterminazione.

E’ per scardinare tutto questo che scegliamo percorsi di costruzione di relazioni che abbiano come fondamento il riconoscimento e il rispetto delle diversità nella prospettiva di lotte per la liberazione e trasformazione dell’esistente.

E’ per scardinare tutto questo che rifiutiamo la mercificazione degli spazi collettivi, linea sottile che porta la logica del guadagno laddove vogliamo mutuo appoggio e libertà di espressione delle soggettività in lotta.

E’ per scardinare tutto questo che rivendichiamo la natura politica e non di centro sociale della sede di via dei volsci 22.

E’ per scardinare tutto questo che agiamo ricordandoci sempre che è il come facciamo le cose che ci da il senso e la misura di una politica che vuole rivoluzionare le proprie esistenze e la società tutta.

Compagne femministe e lesbiche del 22

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